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Principi

Il Comitato nazionale per la giustizia nasce dall'esigenza di informare, in maniera chiara, diretta e precisa, l'opinione pubblica sull'urgenza di una riforma giudiziaria.

Il Comitato non è soltanto un'associazione culturale e un'agenzia di stampa, ma ha, in coerenza con il precipuo impegno informativo, carattere itinerante, organizzando, ogni anno, una sorta di tour politico-culturale su tutto il territorio nazionale, in forma di convegni, presentazioni, dibattiti, per diffondere in maniera capillare la giusta attenzione verso la "questione giustizia".

Un sistema giudiziario classista al contrario, mirato all'accanimento contro i "colletti bianchi" e al perdonismo verso la criminalità comune e comunista, quella socialmente più pericolosa, un sistema comunque schizofrenico (o oltremodo permissivo sino a reale allarme sociale, oppure ingiusto e persecutorio) merita di essere meglio conosciuto, analizzato e studiato, visto che rappresenta una spada di Damocle pendente su tutti i cittadini. Informare rappresenterà, del resto, il primo passaggio per l'individuazione delle soluzioni legislative, partendo da un principio basilare, cioè che garantismo e civiltà giuridica non sono sinonimi di permissivismo, bensì di Stato di Diritto, e possono ben coniugarsi con il rigore e la certezza della pena.

“Dura lex, sed lex” non può valere soltanto per l'accusa, ma anche a favore dell'imputato, quando la legge, ad esempio la Carta Costituzionale o la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, gli siano di ausilio.

Il Comitato, attraverso il dibattito ed il confronto, pubblicizzerà via via soluzioni e proposte emerse dai convegni, per superare la serie di strozzature, anacronismi, disfunzioni, che hanno determinato e determinano sfiducia e preoccupazione nell'opinione pubblica.

L'impegno del Comitato nazionale per la giustizia, infatti, è, dopo aver individuato le patologie, di indicare al Legislatore, con spirito costruttivo e collaborativo, gli itinerari capaci di riportare l'Italia alla civiltà giuridica.

Giovanni Falcone, nel 1991, inquieto per la deriva sociologistica e le semplificazioni sostanzialistiche, avendo, per giunta, sperimentato anche sulla propria pelle la vocazione politicistica e politicante di certi settori dell'ordine giudiziario, lanciò un grido d'allarme ed una profezia ("l'Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba").

Falcone avrebbe potuto essere un ostacolo potente, autorevolissimo, forse un muro insormontabile per la barbarie e l'epidemia giustizialiste, che, dopo la strage di Capaci, ebbero campo libero.

Chi decise di eliminarlo, coscientemente o non, favorì di fatto l'assalto violento, eversivo e ideologicamente mirato alle istituzioni politiche repubblicane. In attesa delle annunciate commissioni parlamentari d'inchiesta sull'archivio Mitrokhin e sulla gestione di Tangentopoli e non pochi nessi e collegamenti potrebbero essere scoperti tra i due fenomeni, il Comitato nazionale per la giustizia si farà carico di organizzare una serie di seminari per l'inquadramento storiografico dei tristi e tetri anni del giustizialismo, ripartendo anche dalla seguente ipotesi formulata da Vladimir Bukovskij: "... documenti riguardanti il passato sconveniente del PCI uscirono sulla stampa italiana verso la fine del 1991 e gli inizi del 1992.

Si cominciò persino a parlare della necessità di aprire un'indagine per verificare eventuali violazioni delle norme fiscali. Di colpo, come risvegliandosi da un lungo sonno senza sogni, la magistratura italiana (dove negli ultimi anni il PCI aveva attivamente piazzato i suoi uomini) scoprì una corruzione sbalorditiva nel finanziamento di tutti i maggiori partiti politici italiani escluso, bene inteso, il PCI.

Il seguito della vicenda può essere in un certo senso paragonato alle purghe di Stalin del 1937-1938, non tanto per le dimensioni, quanto per lo stile... E l'Italia, un paese fino a quel giorno in piena fioritura, cominciò a declinare: l'economia era sull'orlo del disastro, la lira si deprezzava, l'apparato governativo era alla paralisi, la disoccupazione cresceva. Chi, a questo punto, era chiamato a salvare il paese, chi era degno di governarlo, chi altri se non quelli dalle 'mani pulite'?..." (cfr. V. Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Milano 1999).

Avv. Giacomo Borrione

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